Meditare allargando la propria prospettiva, oltre l’ego

La meditazione è sterile se la si fa solo per se stessi.

Se intendi ripulire la tua mente con la pratica della meditazione, allora devi anche ripulire l’ambiente dove vivi, se vuoi nutrire la tua anima con l’ambrosia di un mantra, allora devi anche nutrire le piante, i fiori e gli animalisti e le persone con cui entri in relazione con acqua, cibo, buoni pensieri e armoniose emanazioni.

Poi non devi dimenticare le creature dei mondi invisibili.
I meriti che scaturiscono dalle tue meditazioni e dalle tue cure
verso l’ambiente devi offrirli agli spiriti, affinché essi possano prendere una buona rinascita in un corpo umano e procedere
verso la liberazione finale.

Estratto dal libro “Mindfulness Immaginale” (Ed. Mediterranee)

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Essere “monotasking” per mantenere l’attenzione e conservare l’energia

Professori di neuroscienze cognitive, docenti di comunicazione e psicologi ci stanno mettendo in guardia, ormai da anni, dall’agire, lavorare, vivere secondo un orientamento multitasking.

Un approccio, invece, spesso richiesto, in modo più o meno esplicito, in vari ambienti professionali. Eppure, effettuare più compiti alla volta nuoce a livello produttivo e anche sul piano cognitivo. Il nostro cervello può subire una sorta di “cortocircuito” nel seguire i troppi e variegati compiti a cui lo sottoponiamo e può entrare in modalità stand-by.

Anche se il nostro cervello è plastico, agire in modo multitasking ci disperde tante energie, ci distrae e aumenta i pericoli di produrre sbagli anziché risultati positivi.

L’aspetto buffo è che il termine multitasking è diventato quasi di moda, in diversi ambiti, molto distanti tra loro e che con l’informatica non hanno nulla a che fare.

Sì, perché vogliamo ricordare come la parola multitasking sia stata utilizzata prima di tutto in ambito tecnologico, per indicare quei sistemi operativi capaci di eseguire più programmi contemporaneamente.

Il dogma dell’efficienza, il dogma della produttività, il dogma dell’edonismo… ci spingono a credere che in questo terzo Millennio sia necessario compiere più azioni allo stesso tempo, altrimenti si viene tagliati fuori dal sistema, si è “out”.

Ma è davvero così?

Il cammino meditativo ci spinge ad andare in tutt’altra direzione. Il cammino meditativo ci spinge ad andare controcorrente, alimentando piuttosto la nostra capacità di attenzione, di concentrazione, di focalizzazione su un pensiero, su un gesto, su una sensazione, su un’immagine.

Nella pratica meditativa non è possibile e non è nemmeno né auspicabile, né richiesto essere “multitasking”; occorre piuttosto nutrire l’attenzione cosciente orientandola verso una determinata visione/azione contemplativa.

Anche le ricerche accademiche in questi anni hanno messo in luce come l’approccio al multitasking sia deleterio sul piano creativo, energetico e produttivo.

Lo ha evidenziato per esempio Daniel Levitin, professore di psicologia e di neuroscienze all’Università McGill di Montreal, nonché autore del libro “The Organized Mind, Thinking Straight in the Age of Information Overload” (non tradotto in italiano).

Il nostro cervello – dagli studi condotti – può trattare un solo compito alla volta in maniera efficiente, lucida, pratica. In altre parole, quando stiamo svolgendo due attività simultanee si attivano più aree a livello cerebrale, ma di fatto il cervello tratta un solo compito alla volta. La corteccia prefrontale ci permette di coordinare e pianificare vari compiti, ma in realtà il cervello ha bisogno di un brevissimo lasso di tempo per portare la nostra concentrazione su un compito e poi su un altro.

Una frase che ci ha fatto sorridere e che condividiamo pienamente l’ha riferita lo scrittore statunitense Philip Connors:

Voglio accrescere le mie capacità di concentrazione, non ridurle. Tuttavia, tutte le meravigliose invenzioni del XXI secolo mi spingono, mio malgrado, nella direzione opposta”.

Noi meditanti attraverso la pratica costante, sincera e regolare ci stacchiamo dai condizionamenti, dalle distrazioni, lasciando la nostra mente in uno stato naturale.

Come abbiamo sottolineato nel libro Mindfulness Immaginale la meditazione produce vari benefici, tra cui: la pacificazione della mente; l’attenzione cosciente e l’assenza di giudizio.

La meditazione ci porta a una pacificazione mentale e una mente in pace plasma il cervello portandolo a indirizzare meglio le funzioni cerebrali verso gli atti che compiamo nel momento presente.

Silvia C. Turrin

Oltre la sofferenza

Alla notizia della morte di Stephen Hawking le reazioni di milioni di persone nel mondo sono state sorprendenti. Commozione, ammirazione, stima hanno dominato i commenti relativi al decesso del cosmologo, fisico, matematico e astrofisico britannico. Reazioni emotive alimentate certamente dalle incredibili scoperte fatte da Hawking, relative alla cosmologia quantistica, alla teoria dei buchi neri e all’origine dell’universo. Ammirazione e commozione derivate anche dalla caparbietà, dalla forza, dal coraggio che Hawking ha [di]-mostrato al mondo a dispetto della malattia degenerativa.

Scoprì di avere la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) a soli 21 anni. Nonostante ciò, ha superato lo shock iniziale, ha oltrepassato la facile tentazione di deprimersi, di gettare la spugna e di non proseguire gli studi (complessi) di cosmologia. Anzi, ha rivoluzionato la disciplina in questione, ha avuto due mogli e tre figli, e ci ha lasciato in eredità un vasto patrimonio di conoscenze non soltanto di carattere accademico e scientifico.

Sì, perché la vita di Stephen Hawking può essere da esempio a tutti coloro che vivono una profonda sofferenza non solo fisica, ma anche emotiva.

La storia di Hawking ci ha fatto pensare proprio al concetto di sofferenza. La malattia di Hawking certamente gli procurava grande sofferenza, che avrebbe potuto divenire ancor più forte e intensa se Hawking non avesse reagito alla sua condizione immutabile. Egli, scienziato di fama internazionale con un alto quoziente intellettivo, era impotente di fronte alla degenerazione della SLA. Eppure, proprio grazie alla sua intelligenza e alla sua caparbietà, insieme alla voglia di vivere una vita piena e ricca di emozioni, ha saputo non aggravare ulteriormente il peso della sua sofferenza deprimendosi. Non si è lasciato sopraffare dal dolore, dal senso di ingiustizia, perché sapeva che la vita va oltre la malattia, va oltre la materialità del corpo fisico.

Cosa c’entra questo con la meditazione?

Parlare qui di Stephen Hawking può sembrare fuorviante, ma non è proprio così. Siccome tutto è interrelato, allora l’esperienza di questo grande scienziato ci tocca un po’ tutti da vicino.

Egli ci ha mostrato chiaramente come funzionano le Quattro Nobili Verità:

1-la sua vita è stata caratterizzata dalla sofferenza legata alla malattia degenerativa

2-sapeva qual’era la causa della sua sofferenza

3-sapeva che in qualche modo poteva eliminare un certo tipo di sofferenza, quella che l’avrebbe portato a commiserarsi e a rinchiudersi in se stesso

4-ha scoperto la via attraverso cui vivere comunque una vita ricca di significato e felice.

Molte persone aumentano la propria sofferenza lamentandosi, talvolta ingiustamente. Per esempio, ci si arrabbia perché la commessa non è stata gentile e non ha sorriso; perché a causa di un parcheggio maldestro si sono rotti i fanali posteriori dell’auto; perché il collega non ha riso per una nostra battuta ironica su di un altro collega non presente; perché ci siamo svegliati con un forte mal di testa…

Ci sono sofferenze che non possiamo controllare, altre le possiamo attenuare e altre ancora le possiamo eliminare, come quelle derivanti da ansia e affaticamento.

Ci sono anche altri tipi di sofferenze di cui siamo gli unici artefici, come quelle causate dall’avidità o dall’orgoglio o dalla malevolenza o ancora dall’invidia.

Nelle nostre mani abbiamo il potere di vivere perennemente nella sofferenza o di trasformarla in qualcosa che possa arricchire la nostra vita e quella degli altri.

Stephen Hawking ci ha insegnato che è possibile andare oltre la sofferenza e realizzare qualcosa di davvero straordinario per se stessi e per il mondo intero.

Una profonda sofferenza può aprire le porte della mente e del cuore, rendendoci disponibili agli altri” – Tenzin Gyatso

Silvia C. Turrin