Tutto parte dalla mente

Da un punto di vista buddhista, gli eventi, le sensazioni, le emozioni sono il prodotto della nostra psiche.

Infatti, nel testo buddhista Anguttara nikaya leggiamo che:

“Tutto ciò che vi è di male, connesso al male, appartenente al male – tutto nasce dalla mente”.
“Tutto ciò che vi è di buono, connesso al bene, appartenente al bene – tutto nasce dalla mente”.

Da ciò emerge che la mente è il punto di partenza per modificare la nostra esperienza di vita, come ci indica la dottrina buddhista. è attraverso la mente che noi percepiamo e comprendiamo il mondo “esterno”. Conoscendo e risvegliando la psiche, ovvero quell’organo più vicino a noi che possiamo modificare in modo autonomo e consapevole, riusciamo a sviluppare una vita piena e gioiosa. la mente è intrinsecamente parte di noi, eppure spesso è a noi sconosciuta.

Il primo passo per trasformare positivamente la nostra esperienza esistenziale è “conoscere la nostra mente” praticando la Mindfulness Immaginale.

Il secondo passo è “modellare la mente” rendendola più flessibile e quindi meno rigida. la meditazione, così come indicato anche da alcuni approcci psicologici come la psicosintesi, ci invita dolcemente a sviluppare un nostro centro interiore, forte e ben ordinato.

Questa “centratura” ci permette di rimanere consapevoli e presenti nel qui e ora, dissolvendo qualsiasi confusione che si possa manifestare nella periferia. “Centratura” non significa inflessibilità, piuttosto indica quella condizione grazie alla quale riusciamo a porre l’attenzione in ogni gesto, in ogni evento, rimanendo calmi. “Centratura” non significa nemmeno costruire un nucleo di esistenza separata, poiché siamo connessi con il tutto.

La Mindfulness Immaginale ci porta a questo: a placare le interferenze e le distrazioni lasciando la nostra mente placida, come un oceano senza onde tumultuose, rimanendo in perfetta armonia con l’universo.

Questo tipo di cammino meditativo porta a compiere il terzo passo che è quello di “liberare la mente” da orpelli, false convinzioni, stereotipi. Quando si è mentalmente presenti, quando si sviluppa un continuo stato di Satipaṭṭhāna, la mente diventa libera, e non è più schiava delle situazioni esterne e delle sensazioni come rabbia, dolore, tristezza perché “noi non siamo la rabbia, non siamo il dolore, né la tristezza”; esse sono stati passeggeri che sfiorano solo la nostra condizione che è una condizione di pace nel qui e ora.

 

Per approfondire si consiglia il libro Mindfulness Immaginale


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Meditare allargando la propria prospettiva, oltre l’ego

La meditazione è sterile se la si fa solo per se stessi.

Se intendi ripulire la tua mente con la pratica della meditazione, allora devi anche ripulire l’ambiente dove vivi, se vuoi nutrire la tua anima con l’ambrosia di un mantra, allora devi anche nutrire le piante, i fiori e gli animalisti e le persone con cui entri in relazione con acqua, cibo, buoni pensieri e armoniose emanazioni.

Poi non devi dimenticare le creature dei mondi invisibili.
I meriti che scaturiscono dalle tue meditazioni e dalle tue cure
verso l’ambiente devi offrirli agli spiriti, affinché essi possano prendere una buona rinascita in un corpo umano e procedere
verso la liberazione finale.

Estratto dal libro “Mindfulness Immaginale” (Ed. Mediterranee)

mindfulness

Essere “monotasking” per mantenere l’attenzione e conservare l’energia

Professori di neuroscienze cognitive, docenti di comunicazione e psicologi ci stanno mettendo in guardia, ormai da anni, dall’agire, lavorare, vivere secondo un orientamento multitasking.

Un approccio, invece, spesso richiesto, in modo più o meno esplicito, in vari ambienti professionali. Eppure, effettuare più compiti alla volta nuoce a livello produttivo e anche sul piano cognitivo. Il nostro cervello può subire una sorta di “cortocircuito” nel seguire i troppi e variegati compiti a cui lo sottoponiamo e può entrare in modalità stand-by.

Anche se il nostro cervello è plastico, agire in modo multitasking ci disperde tante energie, ci distrae e aumenta i pericoli di produrre sbagli anziché risultati positivi.

L’aspetto buffo è che il termine multitasking è diventato quasi di moda, in diversi ambiti, molto distanti tra loro e che con l’informatica non hanno nulla a che fare.

Sì, perché vogliamo ricordare come la parola multitasking sia stata utilizzata prima di tutto in ambito tecnologico, per indicare quei sistemi operativi capaci di eseguire più programmi contemporaneamente.

Il dogma dell’efficienza, il dogma della produttività, il dogma dell’edonismo… ci spingono a credere che in questo terzo Millennio sia necessario compiere più azioni allo stesso tempo, altrimenti si viene tagliati fuori dal sistema, si è “out”.

Ma è davvero così?

Il cammino meditativo ci spinge ad andare in tutt’altra direzione. Il cammino meditativo ci spinge ad andare controcorrente, alimentando piuttosto la nostra capacità di attenzione, di concentrazione, di focalizzazione su un pensiero, su un gesto, su una sensazione, su un’immagine.

Nella pratica meditativa non è possibile e non è nemmeno né auspicabile, né richiesto essere “multitasking”; occorre piuttosto nutrire l’attenzione cosciente orientandola verso una determinata visione/azione contemplativa.

Anche le ricerche accademiche in questi anni hanno messo in luce come l’approccio al multitasking sia deleterio sul piano creativo, energetico e produttivo.

Lo ha evidenziato per esempio Daniel Levitin, professore di psicologia e di neuroscienze all’Università McGill di Montreal, nonché autore del libro “The Organized Mind, Thinking Straight in the Age of Information Overload” (non tradotto in italiano).

Il nostro cervello – dagli studi condotti – può trattare un solo compito alla volta in maniera efficiente, lucida, pratica. In altre parole, quando stiamo svolgendo due attività simultanee si attivano più aree a livello cerebrale, ma di fatto il cervello tratta un solo compito alla volta. La corteccia prefrontale ci permette di coordinare e pianificare vari compiti, ma in realtà il cervello ha bisogno di un brevissimo lasso di tempo per portare la nostra concentrazione su un compito e poi su un altro.

Una frase che ci ha fatto sorridere e che condividiamo pienamente l’ha riferita lo scrittore statunitense Philip Connors:

Voglio accrescere le mie capacità di concentrazione, non ridurle. Tuttavia, tutte le meravigliose invenzioni del XXI secolo mi spingono, mio malgrado, nella direzione opposta”.

Noi meditanti attraverso la pratica costante, sincera e regolare ci stacchiamo dai condizionamenti, dalle distrazioni, lasciando la nostra mente in uno stato naturale.

Come abbiamo sottolineato nel libro Mindfulness Immaginale la meditazione produce vari benefici, tra cui: la pacificazione della mente; l’attenzione cosciente e l’assenza di giudizio.

La meditazione ci porta a una pacificazione mentale e una mente in pace plasma il cervello portandolo a indirizzare meglio le funzioni cerebrali verso gli atti che compiamo nel momento presente.

Silvia C. Turrin