L’anima buddhista (tra le tante anime) di Mr David Bowie

Abbiamo deciso di condividere anche qui un articolo messo on line l’8 gennaio 2017 in occasione del 70° compleanno di Bowie; un pezzo non propriamente attinente coi nostri Corsi, ma il cui contenuto può interessare qualche praticante di meditazione appassionato di Musica…

Buona lettura!


Si sono spese tante parole – forse anche ripetitive e talvolta troppo stonate – dopo la dipartita da questo mondo di Mr David Robert Jones, in arte David Bowie, “il Duca Bianco”.

È passato ormai un anno dalla sua improvvisa scomparsa, avvenuta il 10 gennaio 2016, dopo soli due giorni dal suo 69° compleanno e dopo l’uscita dell’ultimo atto creativo musicale, Blackstar. In questi 12 mesi, a ben guardare, gli eventi organizzati per tributargli omaggio sono stati numericamente inferiori rispetto a quello che ci si poteva aspettare, considerata la levatura artistica del personaggio. Ma questo non è il tema centrale del presente scritto… sebbene si possa in qualche modo collegare, prendendo in considerazione le “ultime volontà” di Mr Bowie, come la scelta di venire cremato.

Le sue ceneri sono state sparse con rito buddista a Bali.

“Ashes to Ashes” – cenere alla cenere

Il suo amore per l’Indonesia nacque negli anni’80, dopo il fortunatissimo Serious Moonlight Tour.

Una passione per l’Indonesia rafforzata in seguito, come ha svelato in alcune canzoni, tra cui “Tumble and Twirl” dall’album Tonight e “Amlapura” dal secondo lavoro firmato Tim Machine (brano realizzato anche in una versione indonesiana).

I dream of Amlapura
Never saw in all my life
a more shining jewel
 I dream of Amlapura
Of an ocean or dream of a princess
in stone

 

Cenere alla cenere…

Bowie ha scelto di ritornare per sempre in un luogo che ha amato profondamente, l’Indonesia, e in particolare l’isola di Bali. La cremazione con rito buddhista è stata compiuta.

Un rito buddhista?

Ma come? … L’Uomo che cadde sulla Terra, l’uomo che vestì i panni di Ziggy Stardust ha lasciato questo mondo con un rito buddhista?

Bowie era o non era buddhista? Lui che ha attraversato tutte (o quasi) le trasgressioni possibili, assaporando pienamente i piaceri terreni, si può definire buddhista?

Difficile rispondere in modo esaustivo a questa domanda, che comunque passa in secondo piano rispetto alla sua poliedrica creatività e al lascito artistico che ha donato a noi e ai posteri.

Però rimane interessante comprendere quale poteva essere la sua sensibilità religiosa, o perlomeno, quale poteva essere la sua visione filosofica della vita.

Bowie in effetti sembrava essere nel mondo e al contempo lontano dal mondo o non di questo mondo.

Tanti lo hanno definito un alieno, non solo sulla scia di Space Oddity (1969) e di Ziggy Stardust (1972)…

In lui c’era in effetti qualcosa di “diverso”, appunto, di alieno. Lui è stato visto come un outsider, nonostante fama e ricchezza.

Bowie era nel mondo ma non dipendente dal mondo, amava i piaceri della vita ma al contempo era distaccato dalla materia, perché troppo legato alla parte creativa, impalpabile, invisibile della Vita.

Si nutriva di questo spirito creativo che lo ha sempre accompagnato in ogni fase esistenziale.

Ma, ancora, questo spirito creativo era in qualche modo e in parte alimentato da influssi buddhisti?

Sembra che influssi tibetani ci siano stati, come abbiamo scoperto quando Lama Chime Rinpoche, dopo aver saputo della morte di Bowie dichiarò: “Non posso esprimere a parole ciò che sento”… “Sono così triste”…

Pronunciate da Lama Chime Rinpoche queste parole suonano come una carezza lieve che placa ogni dolore.

Lama Chime Rinpoche - foto Marpa House UK
Lama Chime Rinpoche – foto Marpa House UK

Ma chi è Lama Chime Rinpoche? Egli, ancora bello arzillo e sorridente – allegro come tanti monaci buddhisti capaci anche di contagiare chi sta loro accanto – fa parte dello stesso lignaggio di Marpa, Naropa e Milarepa… parliamo del lignaggio della Scuola buddhista tibetana Kagyu.

Un lignaggio estremamente importante nella storia tibetana, che ha influenzato, ha affascinato e affascina tanti Occidentali, soprattutto grazie a figure mistiche e mitiche quali Naropa e Milarepa.

Lama Chime Rinpoche nacque nella regione tibetana del Kham e ricevette l’iniziazione della Mahamudra (Il grande sigillo). Lama Chime Rinpoche, un tulku, conobbe Bowie lo stesso anno in cui egli dal Tibet si trasferì in Inghilterra. Per molti anni Lama Chime Rinpoche lavorò alla British Library di Londra, nella sezione di Lingua Tibetana.

David Bowie incontrò, o meglio, cercò e trovò Lama Chime Rinpoche durante la metà degli anni Sessanta, precisamente nel 1965. In quel periodo l’interesse per la filosofia buddhista era molto spiccato nel giovane Bowie, suggestionato tra l’altro anche dagli scritti di Jack Kerouac, in primis I vagabondi del Dharma.

Bowie non ancora maggiorenne iniziò a frequentare la Società Buddhista di Londra rimanendo affascinato da concetti quali l’impermanenza e la plasmabilità della mente.

Concetti e principi che poi, di fatto, ha trasformato in elementi essenziali del suo percorso creativo:

l’impermanenza è a dir poco evidente ascoltando i suoi vari dischi e soprattutto guardando di seguito i video con le sue innumerevoli trasformazioni.

Un’impermanenza che lo ha dunque portato a un cambiamento continuo, ascoltando in modo consapevole il suo flusso di coscienza.

Da “Silly Boy Blue” – Bambino del Tibet/ sei un dono del sole/La reincarnazione di un uomo migliore/La strada verso casa è lunga/Hai lasciato le tue preghiere e canzoni – dall’album eponimo David Bowie (1967), a “Seven Years in Tibet” da Earthling (1997) si percepisce l’interesse di Bowie verso il Tibet e la cultura buddhista. Un interesse in parte evidenziato con Buddha of Suburbia, colonna sonora della serie prodotta dalla BBC basata sull’omonimo romanzo di Hanif Kureishi.

Al di là della musica sempre trasformativa e imprevedibile di Bowie, in lui si osserva la continua impermanenza anche sul piano estetico.

Un Proverbio tibetano afferma: “Se vuoi vedere uno spettacolo, guarda il tuo corpo”.

Il corpo è la manifestazione più chiara della nostra impermanenza… è ciò che non è mai uguale a se stesso [in questo istante, mentre scrivo, migliaia di cellule del mio corpo muoiono e altre si stanno formando].

Bowie ha trasformato il suo corpo, oltre che la sua musica, in una chiara espressione di questa impermanenza. E ha cambiato la sua mente, plasmato i pensieri, per raggiungere una sua personale felicità.

“Le cose accadute in passato/Sono successe solo nella tua Mente/Solo nella tua Mente – Dimentica la tua Mente”.

Una frase intrisa di forti accenti buddhisti.

Fill your heart with love today
 Don’t play the game of time
 Things that happened in the past
 Only happened in your Mind
 Only in your Mind-Forget your Mind
 And you’ll be free-yea’
The writing’s on the wall
 Free-yea’. And you can know it all
 If you choose. Just remember
 Lovers never lose
‘Cause they are Free of thoughts unpure
 And of thoughts unkind
 Gentleness clears the soul
 Love cleans the mind
 And makes it Free.

 

Da “Fill Your Heart” (inclusa in Hunky Dory – 1971)

Bowie, come un novizio buddhista, ha affrontato le proprie paure, le proprie ombre, affrontando il mostro, ovvero lui stesso…

“Poi m’ imbattei in un mostro che stava dormendo vicino ad un albero/Lo guardai e mi accigliai ed il mostro ero io” – da “The Width Of A Circle” (inclusa in The Man Who Sold The World – 1971)

In the corner of the morning in the past
 I would sit and blame the master first and last
 All the roads were straight and narrow
 And the prayers were small and yellow
 And the rumour spread that I was aging fast
 Then I ran across a monster who was sleeping by a tree.
 And I looked and frowned and the monster was me

Bowie affrontò se stesso, cadde a causa della dipendenza della droga e poi si rialzò. La dipendenza alla cocaina durante gli anni Settanta lo scaraventò in un abisso profondo, separando completamente il suo corpo dal suo vero sé. Il Bowie avvicinatosi al Buddhismo, durante la metà dei ’70 , appariva un lontano miraggio…

È in questo periodo che Bowie cadde così in basso da compiere un gesto, comunque ancora oggi controverso nella sua interpretazione, a Victoria Station, che richiamava in qualche modo il saluto nazista. Un anatema per la maggior parte dei suoi fan! La cocaina gli aveva deformato completamente il sottile equilibrio tra il bene e il male, portandolo a una forma di delirio che, però, non ha intaccato la sua parte creativa. Ma quel gesto a dir poco patetico e arrogante era forse indirizzato alle politiche neo-liberiste che si stavano iniziando a implementare nel Regno Unito? Quel gesto fu compiuto quando Bowie rientrò a Londra dopo il lungo periodo di assenza (circa due anni) dall’Inghilterra: è stato forse un modo per provocare, o era sotto l’effetto di qualche droga?

Ma tutto passa e ancora la porta del cambiamento si apre per Bowie.

Il legame col buddhismo lo ha poi manifestato attraverso le varie partecipazioni agli eventi organizzati a favore della Tibet House di New York. La sua prima performance al concerto benefico organizzato alla Carnegie Hall avvenne il 26 gennaio 2001: in quell’occasione oltre a cantare “Heroes”, Bowie intonò una versione struggente di “Silly Boy Blue” impreziosita dai canti dei monaci buddhisti dell’Università monastica Drepung Gomang.

Dopo gli attentati dell’11 settembre a New York, Bowie non ha mostrato indifferenza, ma anzi ha aperto il grande concerto di beneficienza del 20 ottobre 2001 organizzato al Madison Square Garden. Davanti a un pubblico numeroso Bowie, seduto come uno yogi a gambe incrociate illuminato dai fari, interpretò non un suo pezzo, bensì “America” firmato Simon&Garfunkel, cui seguì l’immancabile “Heroes” dedicata ai tanti vigili del fuoco che erano stati impegnati nei soccorsi.

L’anno successivo Bowie uscì con l’album Heathen (2002) dove troviamo l’emblematica “A Better Future” in cui il Duca Bianco sembra rivolgere una preghiera a un Essere superiore, non di questo mondo, affinché annulli pene e dolori, ombre oscure che soffocano il mondo dopo l’11 settembre 2001 (con le sue nefaste conseguenze…partendo dall’Afghanistan).

“Per favore non fare a pezzi questo mondo/Per favore riprendi/questa paura che ci attanaglia/ Chiedo un futuro migliore/O potrei smettere di volerti/Potrei smettere di volerti/Ti prego assicurati che avremo un domani/Tutta questa pena e questo dolore/Pretendo un futuro migliore/O potrei smettere di aver bisogno di te/Potrei smettere di aver bisogno di te/Dai ai miei bambini un sorriso solare/Da’ loro la luna e un cielo terso”.

Please don’t tear this world asunder
 Please take back
 this fear we’re under
 I demand a better future
 Or I might just stop wanting you
 I might just stop wanting you
 Please make sure we get tomorrow
 All this pain and all the sorrow
 I demand a better future
 Or I might just stop needing you
 I might just stop needing you
 Give my children sunny smile
 Give them moon and cloudless sky
 I demand a better future
 Or I might just stop loving you…

 

Mr David Robert Jones se ne è andato.

O forse no?

Come lui stesso cantava “Nothing ever goes […] Nothing ever goes away” (da “Seven Years In Tibet” inclusa in Earthling – 1997).

Niente se ne va

[…]

Niente scompare per sempre

Niente

Ancora un pensiero pervaso dalla filosofia buddhista…

Buon Compleanno David!

Silvia C. Turrin


Milarepa in ascolto di Ziggy Stardust - foto S.C.T
Milarepa in ascolto di Ziggy Stardust – foto S.C.T.

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LARISA STOW & SHAKTI TRIBE

Namaste. È iniziata con questo saluto indiano l’intervista alla songwriter Larisa Stow. Un saluto comune alle genti che popolano quell’immenso subcontinente liberato dal giogo del colonialismo con la forza dell’ahimsa, la non-violenza. Un saluto che però va ben oltre i confini dell’India e che accomuna milioni e milioni di persone sparse nei quattro angoli del globo semplicemente per il legame che sentono verso quella vasta terra. Ed è proprio questo il caso di Larisa, vocalist nata e cresciuta negli States da genitori americanissimi, ma con l’anima totalmente avvinghiata alla profonda essenza spirituale indiana, come dimostra il suo percorso artistico-esistenziale. La musica e i testi da lei firmati diffondono note di pace, quella pace tanto invocata da Gandhi, il mahatma, di cui lei stessa segue gli insegnamenti. L’album Reaching In, da cui abbiamo tratto il nostro sampler, è un sincero inno alla pace, invocata attraverso mantra dedicati a Ganesh (dio della sapienza e della prosperità, dalla testa di elefante, figlio di Shiva e Parvati) e a Krishna (eroe divino e figura centrale del poema epico Mahabharata), cantata attingendo a Sutra del Corano e a preghiere tratte dai Veda, le antiche scritture induiste. Una scelta, quella di unire musica e spiritualità, dettata dai tragici avvenimenti che hanno ferito il mondo, da Oriente a Occidente, nell’ultimo decennio. “Dopo l’11 settembre e la scia di sangue generata dalla successive guerre mi hanno spinta ad avvicinarmi sempre più ai mantra e alle preghiere inneggianti la pace attinte dalle varie religioni. Desideravo ardentemente sentire una mia armonia interiore sempre più profonda, come per riempire il vuoto lasciato dalla totale assenza di pace esterna a me. Thomas Ashley-Farrand, autore di “Healing Mantras,” è diventato il mio mentore e tramite la sua guida ho iniziato a cantare questi mantra e le preghiere di pace con il mio produttore e amico Rick Hahn”.

Larisa Stow

La scelta di cantare i mantra in Sanscrito rafforza il loro potere spirituale….

“Assolutamente sì. Il Sanscrito è una lingua che diffonde forti vibrazioni. Quando cantiamo i mantra attiviamo specifiche energie in grado di trasformare, curare e nutrire il nostro karma”.

Nei testi che ha scelto e che lei stessa scrive ritroviamo sempre riferimenti alla pace gandhiana. Un ideale che appare sempre più un’utopia considerate le continue guerre portate avanti da chi ci governa…

“Dobbiamo ancora crescere come genere umano… Gandhi è stato un essere illuminato, un visionario. Credo nella divina intelligenza e nell’amore di Dio, e benché non abbiamo ancora imparato che facendo del male a un nostro simile, facciano del male anche a noi stessi, sono comunque convinta che ci sarà un risveglio delle coscienze a livello planetario e finalmente capiremo quanto siamo interconnessi l’uno all’altro. Probabilmente non assisteremo a questa rinascita, ma sono convinta che accadrà. I semi li hanno ormai gettati personaggi come Gandhi, il Dalai Lama e naturalmente Cristo e Buddha. Chiunque agisce con amore e lavora per la pace continua a spargere questi semi. È inevitabile che questi semi un giorno fioriscano”.

Reaching In

La sua musica ma anche il suo stile di vita sono strettamente connessi all’essenza spirituale orientale. Quando si è resa conto di essere profondamente legata all’India?

“In un certo senso, devo ringraziare mio padre. Lui dirigeva l’Oregon Legislature Informational Systems and associated ed era sempre in contatto con svariati intellettuali. Ricordo che una sera condusse me e mia madre a casa di uno dei suoi soci, Joel Schotz. Proprio in quell’occasione Joel ha mostrato le diapositive dei suoi viaggi in India. Anche se all’epoca ero molto piccola, ho avvertito come un forte magnetismo verso quella terra. Mi sentivo trasportata in un regno mistico a me familiare. Era come se avessi percepito vaghi ricordi di una vita passata. Musicalmente, sono stata poi sempre circondata dai sacri suoni dell’India sempre grazie a mio padre. Gli piaceva ascoltare il virtuoso di sitar, Ravi Shankar, e lui stesso ha cercato di imparare a suonare questo difficile strumento. Quei suoni erano come carezze per la mia anima e la sensazione era sempre la stessa: ogni volta che li ascoltavo era come se tornassi in un luogo familiare, in un luogo di pace”.

Lei pratica e insegna anche yoga…

“Sì, insegno una forma di yoga che io stessa ho sviluppato, chiamata Prema Shakti Yoga basata sul risveglio della Kundalini e sull’uso dei mantra, sui quali ho lavorato per anni, ispirata e trasportata dall’energia che queste potenti parole generano. Sono pratiche che coinvolgono ogni livello, mente corpo e spirito. Prima di dormire, canto il mio mantra 108 volte e lo pronuncio spesso anche durante il giorno”.

Anche il nome del gruppo che l’accompagna, Shakti Tribe, è ispirato alla filosofia e alla spiritualità indù…

“Dopo aver praticato yoga per anni, ho iniziato a sentire la bellezza dell’energia muoversi attraverso il mio sistema nervoso come fosse elettricità. Ogni volta che la percepisco, mi rendo conto della totalità del creato e mi sento parte del Tutto. I miei amici musicisti ed io abbiamo iniziato a chiamare queste onde di energia Shakti. È un termine che è comunemente usato nello yoga per rappresentare l’energia femminile che anima la vita stessa. Amiamo anche la parola tribù, perché connessa alla sacra interdipendenza dell’umanità. Vediamo il mondo come la nostra tribù. Da qui la scelta del nome della band. La missione di Shakti Tribe è condividere questa consapevolezza e le energie terapeutiche con il resto del pianeta”.

Avete anche creato la Shakti Tribe Foundation. Cosa si prefigge e quali progetti state portando avanti?

“La fondazione è stata create per diffondere ciò in cui crediamo e per portare musica in quei luoghi spesso dimenticati dalla società, come le prigioni, gli istituti psichiatrici, orfanotrofi. L’intento è quello di colorare questi spazi spesso grigi attraverso la partecipazione comunitaria ai nostri concerti. Poi si sa, la musica è terapeutica e trasmette gioia. I soldi che poi raccogliamo durante I nostril concerti, li investiamo per l’acquisto di abiti e giocattoli da donare ad alcuni orfanotrofi in Thailandia e a Bali. Questi viaggi li compio insieme a mio marito e questa condivisione ci unisce ancora di più. Penso sia importante per un artista poter utilizzare la musica anche come strumento a fini sociali”.

Silvia C. Turrin©
Intervista del 2008

Chinmaya Dunster & The Celtic Ragas Band

Il musicista inglese, virtuoso di sarod, testimonia ancora una volta il suo profondo legame con l’India con un album che documenta un toccante live tenutosi a Pune. Un concerto dalla forte impronta ecologista da cui è partito il progetto di un film dedicato alla conservazione dell’ambiente

Incontri inattesi e situazioni altrettanto inaspettate. Sono proprio gli eventi meno prevedibili che hanno il potere di cambiare profondamente la vita di una persona, come è stato il caso del musicista britannico Chinmaya Dunster. Cresciuto immerso nei bucolici paesaggi del Kent, negli anni Settanta, dopo aver terminato gli studi d’arte, ha seguito quell’afflato mistico che animava i giovani hippy di allora. Portando con sé una manciata di acquarelli e una chitarra spagnola, si è diretto verso Oriente, compiendo un lungo viaggio che lo ha condotto in Afghanistan, Thailanda, Sri Lanka, Giappone e India. È stato proprio nel colorato e ancora fortemente spirituale subcontinente indiano che Chinmaya ha conosciuto colui che gli avrebbe cambiato l’esistenza, Amjad Ali Khan, virtuoso del sarod (uno degli strumenti a corde tipici dell’India, caratterizzato dal manico corto e da diciannove corde).

Chinmaya Dunster

In una notte del 1979, avvolta dai profumi intensi di New Delhi, l’anima del giovane inglese ha trovato ciò che stava cercando e che l’aveva spinto a lasciare una condizione di sicurezza per dirigersi verso qualcosa di non ben definito. Chinmaya inseguiva un impulso creativo che gli avrebbe permesso di andare oltre il materialismo. Quella spinta l’ha trovata nelle vibrazioni generate dal maestro Ali Khan, tanto da indurlo a studiare con dedizione e passione proprio il sarod, di cui lui stesso ne è diventato maestro.

Risale al 1994 l’album di debutto, Spiral Dance, un intenso lavoro dalle atmosfere mistiche, create dalla collaborazione fra Chinmaya e il musicista persiano Sirus, a cui sono seguite altre produzioni pubblicate sempre su etichetta Nightingale Records: Lands of the Dawn e due cd ispirati al Feng Shui, ovvero quell’antica arte geomantica legata alla filosofia taoista che attraverso una serie di metodi e principi si prefigge di armonizzare l’ambiente per creare al contempo benessere nell’uomo. La fine degli anni Novanta, è stata caratterizzata da due novità nel suo cammino artistico: la creazione dell’etichetta New Earth Records, e l’avvio di uno stile compositivo sempre più diretto alla fusione della musica indiana e di quella celtica, al fine di stimolare il dialogo fra realtà così differenti. Da questa combinazione è nato Celtic Ragas (1998), la cui essenza sonora viene elaborata in modo più compiuto con i successivi album, per poi raggiungere l’apice della bellezza musicale contemplativa con Karma Circles. In questo lavoro le melodie tipiche dell’Irlanda e di altri luoghi imbevuti di tradizioni bretoni e gaeliche si intrecciano con i ritmi orientali. Fondamentale il contributo della Celtic Ragas Band, nutrito gruppo di musicisti di diversa estrazione, provenienti dalla Scozia, India, Marocco, Germania e Stati Uniti, tra cui figurano

Ramadhan (santoor), Govi (oud), Tanmayo (penny whistle), Manish Vyas (tabla) e Shastro (flauto di bambù). Chinmaya, influenzato anche dal pensiero di Osho, di cui segue la filosofia, ha inoltre composto due cd dedicati allo yoga, Yoga on Sacred Ground e Yoga lounge (dove lo affianca il maestro di sitar Niladri Kumar) intrisi di arrangiamenti delicati, arricchiti da suoni dall’intenso potere vibratorio in grado di apportare benefici ai chakra (“ruota” in sanscrito), i sette centri principali attraverso i quali l’energia vitale scorre all’interno del corpo sottile. Meditazione, pratiche e filosofie orientali sono queste le suggestioni che ispirano Chinmaya a scrivere musica. Ed è l’India la primordiale spinta creativa, la fonte da cui attinge immagini e accordi. I paesaggi, le sfumature, le genti, i luoghi sacri di quel variegato subcontinente vengono trasformati in musica.

Chinmaya Dunster & The Celtic Ragas Band

Tra gli ultimi lavori pregevoli del nostro figurano Sacred temples of India e Fragrance of the East, che ripropone l’intenso concerto da lui tenuto nel gennaio del 2004, presso il Bharatiya Vidapeeth Institute of Environmental Education and Research (BVEER). L’Istituto, situato nella cittadina indiana di Pune (dove ha tra l’altro sede un’importante comunità che si rifà al pensiero di Osho), opera nel campo della protezione e dell’educazione ambientale. La scelta di organizzare un concerto in questa location è nata dall’incontro fra il dottor Erach Bharucha, che dirige il BVEER, e Chinmaya, da sempre sensibile ai temi ecologici. Si sono conosciuti nel 2001, quando il musicista era alla ricerca di un ambiente adatto dove poter trovare e registrare il cinguettio di alcune specie di uccelli indiani da introdurre in un progetto che aveva da tempo in mente. Grazie al dottor Bharucha, è riuscito a recuperare i suoni della natura che stava cercando. Quell’incontro ha generato una profonda amicizia e la volontà di realizzare qualcosa di costruttivo. Da qui l’idea di realizzare un concerto per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della consapevolezza e conservazione ambientale. Fragrance of the East documenta l’evento attraverso nove tracce evocative, caratterizzate dall’interplay fra strumenti tradizionali indiani, chitarre e tastiere. Fra i brani più rappresentativi, oltre a “Moonsong”, sampler selezionato per la nostra compilation, in cui viene sprigionata quella mescolanza di ritmi orientali e celtici, segnaliamo anche “Rag Shivranjani”, avvolta da un clima mistico per effetto del meraviglioso dialogo tra sitar, sarod e tanpura.

Fragrance of the East da progetto musicale si è poi trasformato in una sorta di film-documentario diretto dallo stesso Chinmaya, coadiuvato dalla compagna Naveen e dai cameramen Svargo, Zeenat e Avesh. La vegetazione lussureggiante indiana, volti sorridenti (malgrado le difficoltà economiche), luoghi incantevoli come i paesaggi intorno al monte Nanda Devi nella regione himalayana si uniscono alla sua musica e a importanti tematiche di protezione della natura. Il video, realizzato a titolo gratuito, è disponibile altrettanto gratuitamente sul sito http://www.fragranceoftheeast.org/. Chinmaya, per il suo utilizzo, specifica solo una condizione: “Non deve essere usato per fini commerciali”. Un progetto che sosteniamo e che condividiamo.

Silvia C. Turrin ©
Articolo del 2008

Jaya Lakshmi

JayaLakshmiLa musica indiana ha il potere di diffondere suoni trascendentali, in particolare quella propriamente collegata ai canti vedici e tramandata da maestro a discepolo nel corso dei secoli. È una musica basata sui Raga, ovvero quell’antico sistema di note cadenzate, sviluppate secondo precisi dettami, che esprimono la mutevole e diversificata natura dell’uomo e del cosmo. Altrettanto importante nella musica non solo indiana, ma più in generale nel panorama sonoro orientale, è il Kirtan, pratica spirituale strettamente legata al Mantra Yoga, in cui è centrale la ripetizione di parole e suoni sacri. Lungo il percorso di conoscenza interiore e di realizzazione del Sé, il Kirtan è uno dei metodi che portano al risveglio di Bhakti, l’amore trascendentale. A questa antica pratica si ispira la vocalist statunitense Jaya Lakshmi, i cui dischi inneggiano all’antico misticismo dei canti Vedici. Dopo essersi laureata in Antropologia all’Università del New Hampshire e aver composto canzoni ispirate ai verdeggianti spazi naturali dell’Oregon, si è avvicinata alla spiritualità che avvolge l’India, terra caleidoscopio di fedi, paesaggi, usanze. È stato l’incontro con il guru spirituale Sri Govinda Maharaj a permetterle di entrare in contatto con una realtà differente rispetto a quella in cui è cresciuta.

Ha appreso gli insegnamenti di Srī Caitanya e ha studiato il sanscrito, oltre che la letteratura Vedica. Il suo nome, Lakshmi, attribuitole dallo stesso Sri Govinda Maharaj, si riferisce a una delle divinità legate al Dharma, incarna la bellezza, la generosità e la sensualità. Aspetti, questi, che si ritrovano nella musica realizzata da questa interprete divenuta portavoce della cultura indiana. Dopo aver formato i Lost at Last – gruppo col quale ha dato vita a composizioni intimiste e spirituali – Jaya Lakshmi, nel 2003, ha realizzato il suo primo album solista, Ocean of Mercy, prodotto dalla Sequoia Records. Un lavoro intenso, che mette in luce le sue doti vocali e compositive, confermate più volte anche con prestigiose collaborazioni (ricordiamo quella con uno dei padri della new age, William Ackerman, col quale ha firmato Hearing Voices).

La voglia di sperimentare nuovi percorsi musicali le ha permesso di creare dischi in cui i canti vedici e strumenti indiani si amalgamano ai ritmi di altre culture, come quella andaluso-gitana. Jewel of Hari (2004) è un mosaico sonoro, composto da echi orientaleggianti e momenti di profondo intimismo meditativo.

cover_jewel_hari

L’ultimo album, Sublime − prodotto da Steve Gordon (noto anche per i progetti Buddha-Lounge e Sacred Earth Drums) − prosegue nella direzione intrapresa coi precedenti lavori. Si sente il lirismo della tradizione sonora induista e la forte impronta mistica generata dalla ripetizione di mantra. Accompagnata da musicisti di alto spessore, quali Deva Priyo (sarod), Manose (bansuri) e Daniel Paul (tabla), Jaya Lakshmi tributa omaggio ad alcune divinità importanti nel pantheon induista, come Brahma, simbolo della creazione (con “Brahma Shanti”) e Shiva, figura che incarna colui che distrugge per ricreare e trasformare la realtà (con “Shiva Shankar”). Altre tracce ipnotiche sono “Ohe! Vaisnava Thakura” (inclusa nella nostra compilation) e “Om Gurave”, perfette per entrare in una dimensione contemplativa, lontana dalle inutili corse al materialismo; una dimensione dove ritrovare quella pace interiore da sprigionare poi verso un mondo che, mai come adesso, anela e ha bisogno di armonia.

Silvia C. Turrin
Articolo del 2008