Seminario Presenza Mentale e Meditazione della Quiete e della Visione Profonda

Care Amiche e Cari Amici

Domenica 29 ottobre dalle 9.30 alle 11.30 organizziamo un seminario di Mindfulness/Meditazione, in un posto bellissimo, nel Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone (in provincia di Lecco), dove trionfa una Natura rigogliosa e ben curata, grazie a un gruppo di giovani che portano avanti progetti di ecologia consapevole.

Il Seminario è aperto sia a chi ha già seguito nostri corsi, sia a chi vuole avvicinarsi alla pratica della Presenza mentale e alla meditazione della Quiete e della Visione Profonda.

Il programma del 29 ottobre prevede fra le varie pratiche:

– Meditazione sul respiro (Anapanasati)

– Posture (Asana) per sciogliere tensioni

– Presenza mentale applicata al Mandala

– Momento poetico-creativo

Il Seminario è anche un’occasione per sostenere una realtà giovanile, impegnata a realizzare progetti sia di agricoltura Biologica (quindi nella totale assenza di pesticidi e di qualsiasi preparato chimico), sia sociali a favore di ragazzi in difficoltà. Se lo volete, potrete acquistare prodotti Bio (caprini, caciotte, formaggelle, yogurt, e poi pane, focacce, biscotti con farine biologiche e lievitazione con pasta madre).

Il Seminario intende fornire le basi pratiche e anche teoriche della Mindfulness, intesa nel senso più autentico del termine, ovvero “presenza – pienezza mentale“, e mutuato dalle millenarie filosofie orientali. La Mindfulness trae le sue origini dal termine “Sati”, che in pali (l’antico linguaggio usato dal Buddha storico, Siddharta Gautama) significa “consapevolezza” e “attenzione”, ovvero “attenzione cosciente”.

Pur adottando un approccio adatto a tutti, rimaniamo comunque profondamente rispettosi della tradizione originaria connessa alla Mindfulness; una tradizione che fa eco alla corrente buddhista Theravada e al buddhismo impegnato di Thich Nath Hanh.

I benefici della pratica Costante e Regolare della Mindfulness sono noti, come appurato da svariate ricerche in ambito psicologico e neurologico, tra cui:

– conoscenza, pacificazione e rallegramento della mente;

– capacità di riportare l’attenzione al momento presente e di vivere pienamente il qui e ora;

– sviluppo di una mente flessibile e creativa;

-capacità di non giudizio;

– aumento della calma interiore;

– aumento delle endorfine.

Il Seminario è condotto da Silvia e Alberto (Bhavana OM) Istruttori di Mindfulness Immaginale riconosciuti da AISCON (Associazione Italo Svizzera di Counselling) e regolarmente iscritti al relativo Albo Professionale.

Da oltre vent’anni praticano Yoga e Meditazione, a cui hanno affiancato lo studio anche di altre discipline quali Reiki, Ayurveda, Bioenergetica.

Nei loro Seminari, quando il luogo lo permette, affiancano pratiche che allenano i partecipanti a una maggiore Creatività e diffondono messaggi di Consapevolezza Ecologica.

Per questo seminario i posti disponibili sono pochi.

Si prega di confermare la presenza entro l’8 ottobre 2017 inviando una mail o telefonando o mandando un sms.

 

Per info e dettagli scriveteci: nelcuoredellameditazione@gmail.com

Per approfondire: nelcuoredellameditazione.wordpress.com/

 

Lettura consigliata: Mindfulness Immaginale” (Edizioni Mediterranee, 2016)

 

 

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Pacificare la mente

Riporto qui di seguito un mio Articolo dedicato a una donna esploratrice straordinaria, Alexandra David Neal, ma è un post che parla anche di buddhismo, di “addestrare e pacificare la mente”, parla di Pace nei cuori e dell’annullamento dei veleni mentali.

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È un periodo molto difficile e complesso quello che la Francia e più in generale l’Europa stanno (stiamo) vivendo. Ciò che sta accadendo in altre zone del mondo, in particolare in quelle regioni un tempo chiamate la Mezzaluna fertile, si riverbera anche altrove, come un boomerang imprevedibile.

Paesi che noi oggi chiamiamo Palestina, Giordania, Libano, Siria ed Egitto appartenevano/appartengono a quell’area poeticamente e anticamente definita “Mezzaluna fertile”. Fu qui che avvenne un’importante rivoluzione agricola, ma la clessidra del tempo ha modificato le condizioni climatiche favorevoli alla coltivazione di cereali e legumi, trasformando, come sappiamo, molti di quei territori in spazi desertici.

Ma tante zone della vecchia Mezzaluna fertile nascondono quelle ricchezze tanto ambite negli ultimi due secoli, in primis l’oro nero.

Però il petrolio non si mangia, mentre i cereali e i legumi sì.

Quindi, da un punto di vista pratico e realistico, cos’ha più valore?

L’agricoltura, che ci permette di nutrirci e quindi di vivere, o l’estrazione di petrolio, risorsa che tra l’altro, prima o poi, finirà, quindi saremmo costretti come specie a ripensare il sistema energetico su cui la “civiltà” si basa.

Cosa c’entra tutto questo – vi chiederete – con la Provenza?

C’entra, perché ciò che accade in un’altra parte del globo si ripercuote, più o meno direttamente in un’altra, e in un’altra ancora.

C’entra, perché la Provenza è una regione francese e anche qui le misure di sicurezza, giustamente, sono aumentate.

C’entra, perché in Provenza aveva scelto di ritirarsi dopo tanti viaggi avventurosi in Oriente una donna eccezionale, coraggiosa per i suoi tempi, intelligente, acuta, insomma una donna straordinaria, Alexandra David Neal.

Perché parlo di lei, dopo ciò che è accaduto a Parigi, a Bamako, dopo ciò che accade da anni in Siria e da decenni in Iraq, Afghanistan, ecc.?

Perché Alexandra David Neal, femminista ante litteram, orientalista, acuta pensatrice, si avvicinò al buddhismo compiendo studi e ricerche, prima a Parigi, presso il (bellissimo) Museo Guimet (vi consiglio di visitarlo… se amate l’Oriente), poi proprio nelle terre in cui il buddhismo nacque e si diffuse.

Il buddhismo è una filosofia – o per alcuni – è un’antichissima forma di psicologia che porta il praticante ad addestrare la mente al fine di realizzare una felicità duratura, per sé e per tutti gli altri esseri senzienti.

Se si legge con attenzione un libro buddhista, penso per esempio al Dhammapada, il testo più amato e conosciuto del Canone Buddhista, oppure La via della Liberazione scritto dall’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso, si scopre quanto sia centrale per il praticante buddhista “addestrare la mente” o, meglio, “pacificare la mente”.

Nei testi buddhisti la mente è paragonata a una scimmia – poi questo paragone l’hanno utilizzato anche tanti “esperti”, tanti “maestri” occidentali addirittura facendolo proprio, come l’avessero formulato loro stessi – che salta da un ramo all’altro in modo veloce e agitato. La nostra mente, cioè, è attraversata da mille pensieri, orientati verso il passato o verso il futuro, e raramente verso il momento presente.

Attraverso varie tecniche, il buddhismo insegna ad addestrare questa scimmia impazzita e a pacificarla, a calmarla, a trasformarla in un lago placido, tranquillo, privo di onde.

Questa, secondo molte concezioni orientali, è la vera natura della nostra mente: ossia, una natura calma, quieta, chiara, limpida. La mente calma e limpida non è certo prerogativa dei soli tibetani, o indiani, o orientali, ma di tutti, a prescindere dall’estrazione sociale, dalla cultura, dalla fede, dall’etnia.

Questa è la forza – o meglio – uno degli aspetti più importanti e positivi del buddhismo, poiché le tecniche che i veri maestri propongono – come la meditazione vipassana – portano il praticante ad acquietare la mente, annullando quei veleni mentali che stanno distruggendo il nostro pianeta e, di conseguenza, anche il genere umano: l’odio, l’avidità, l’attaccamento, l’indivia, l’ignoranza sono veleni mentali.

Ma l’aspetto interessante è che queste tecniche, non soltanto meditative, portano il praticante a coltivare uno sguardo ampio, andando oltre il proprio giardino, andando oltre il proprio interesse personale, per abbracciare e considerare tutti gli esseri senzienti.

Il Buddhismo, praticato anche in una forma “laica” per il tramite di esercizi di concentrazione e di meditazione, si rivela portatore sano di Pace.

È a questa filosofia complessa e affascinate – impossibile da spiegare e da sintetizzare in poche righe – che si è avvicinata Alexandra David Neal.

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© Archives Fondation Alexandra David-Néel

Nata il 24 ottobre 1868 a Saint-Mandé (Parigi), Alexandra studiò il sanscrito, le religioni dell’Estremo Oriente, e numerosi testi buddhisti. Approfondì anche testi della religione cristiana e poi saggi di filosofia greca, ma sono le religioni orientali che l’affascinarono di più. Dopo anni dedicati al canto, dopo aver sposato (quel brav’uomo di) Philip Néel, dopo aver lasciato il mondo della lirica (interpretò, fra l’altro, la Carmen di Bizet e Marguerite nel Faust di Gounod), si dedicò totalmente alla sua passione: all’Oriente. Viaggiò, perfezionò gli studi di sanscrito e di filosofia orientale, esplorò prima l’India, poi l’isola di Sri Lanka – un tempo chiamata Ceylon –, incontro Sri Aurobindo, Rabindranath Tagore, si spinse verso il Sikkim, alla frontiera col Tibet, incontrò il XIII Dalai Lama (grazie al quale imparò il tibetano!), raggiunse poi il Nepal, allora interdetto agli stranieri, e fu accolta con entusiasmo dall’allora Maharaja Chandra Shum Sher. Visitò città sante come Lumbini e Benares e poi ritornò nel Sikkim per rivedere il principe Sidkeong Tulku: fu lui a farle conoscere il suo futuro figlio adottivo, Aphur Yongden.

Nel 1914, mentre la guerra piombò in Europa, Alexandra a circa 4000 metri d’altezza visse in una grotta, praticando le antichissime conoscenze degli yogi, come il tummo. Suo maestro fu Ngawang Rinchen. Con lui rimase per quasi due anni e mezzo, dopo di che, la sua indole esploratrice, la portò in Tibet, dove incontrò il Pänchen Lama, ma venne presto espulsa dalle autorità britanniche, che all’epoca controllavano il Paese delle Nevi.

Si spostò in Giappone dove incontrò un altro personaggio interessantissimo, Ekai Kawagushi, monaco filosofo che le suggerì, indirettamente, un’idea che poi realizzò in seguito, dopo però aver fatto tappa in Corea, in Cina, in Mongolia, giungendo infine nel monastero tibetano di Kum-Bum. Ma la sua più sorprendente esplorazione fu raggiungere la mitica città di Lhasa, all’epoca proibita agli stranieri, in compagnia del figlio adottivo Yongden, travestita prima da mendicante tibetana, poi da pellegrina tibetana (fu questo travestimento in incognito che le fu suggerito dal monaco-filosofo giapponese Kawagushi). Sopportò le temperature rigidissime, il cibo scarso, la camminata estremamente difficoltosa, riuscì a fronteggiare le orde di briganti e, finalmente, nel 1924, lei insieme a Lama Yongden entrò a Lhasa.

Questa donna davvero eccezionale decise di ritirarsi per scrivere articoli, saggi e libri nel dipartimento delle Alpi dell’Alta Provenza, nella città termale, definita “capitale della lavanda”, Digne les Bains.

A Digne si scopre la vita così coinvolgente di questa donna visitando la Maison d’Alexandra David-Néel (al numero 27 di Avenue Du Maréchal).

Già entrando dall’ingresso del giardino si vedono sventolare le bandierine di preghiera tibetane, si vedono altri simboli tibetani, come la ruota del Dharma. Grazie a una visita guidata (in inglese o in francese) si accede al museo dove sono custoditi cimeli dei suoi viaggi; si può conoscere la sua vita grazie a un docu-video (in francese, ma sono disponibili sottotitoli in italiano); e si entra infine in quelle che erano state le sue stanze predilette: la camera addobbata con le statue buddhiste e con altri oggetti di culto dell’Oriente, lo studio-biblioteca e il luogo dove dormiva, una piccola camera con un piccolo letto, quasi a sottolineare l’annullamento di ogni attaccamento.

Ecco, in questo periodo così difficile per il mondo invito chi ha voglia di conoscere un angolo d’Oriente e scoprire la vita della prima donna occidentale a entrare a Lhasa di recarsi presso la casa-museo di Alexandra David-Néel.

Un luogo dove si percepisce una gran Pace. Un luogo che trasmette Pace.

E adesso ne abbiamo un gran bisogno di Pace, non parlo della pace del mondo – troppo grande come idea per pensarla, adesso – parlo della pace nei cuori di ogni essere senziente.

Anche se non siamo buddhisti, mi piace pensare all’idea di “imparare ad addestrare la mente alla pace”.

Ammaestriamo la nostra mente-scimmia,

annulliamo i veleni mentali – odio, ira, gelosia, attaccamento, invidia –,

coltiviamo pensieri, parole e comportamenti sani, positivi, orientati a una felicità duratura, non effimera.

Questo cammino lo possiamo intraprendere tutti, a prescindere dal credo, dall’etnia, ecc.

Possiamo addestrare la mente alla Pace, se solo lo vogliamo davvero…

Om Shanti

Silvia C. Turrin

digneLetture consigliate:

Alexandra David-Néel, Viaggio di una parigina a Lhasa, Voland, 2003

Alexandra David-Néel, Immortalità e reincarnazione. Dottrine e pratiche religiose in Cina, Tibet e India, ECIG, 1990

 

Lo Yoga Tibetano del Respiro

È giunta anche in Occidente un’antica tradizione legata allo yoga tantrico, chiamata “yantra yoga”. Si tratta di un insieme di conoscenze originatesi in tempi remoti in Tibet, che includono un lavoro interiore molto profondo. Oltre alla meditazione, questa tradizione prevede specifiche tecniche di respirazione, asana ed esercizi sui canali energetici del corpo. Elemento centrale rimane il lavoro sul respiro, che nella tradizione dello yantra yoga viene chiamato “addestramento con il vento energetico”.

Lo Yoga Tibetano del RespiroÈ proprio su questa specifica tematica che si concentra il volume edito dall’Astrolabio Ubaldini dal titolo Lo Yoga Tibetano del Respiro (2015). Nel testo vengono svelati gli insegnamenti di Anyen Rinpoche, tulku tibetano il cui lignaggio risale al noto maestro di Dzogchen Patrul Rinpoche. Grande conoscitore della filosofia buddhista Anyen Rinpoche insegna in Tibet, in Cina, in Giappone e nel Nord America. A Denver ha fondato un Sangha. Questo attivismo anche in Occidente lo ha fatto conoscere a quanti praticano il buddhismo e a quanti si sono avvicinati allo yoga tibetano. Ha collaborato alla stesura del volume Allison Choying Zangmo, discepola di Anyen Rinpoche e sua personale traduttrice, ed è particolarmente attiva presso il Shambhala Mountain Center.

Il volume che qui presentiamo rappresenta “le fondamenta” della tradizione dello yantra yoga, poiché spiega in dettaglio l’importanza del respirare correttamente e quindi le tecniche di base per praticare lo yoga del respiro. Si tratta di spiegazioni connesse certo ad antichissimi saperi tibetani, ma che tuttavia trovano conferma scientifica dalle moderne ricerche in campo neurologico e medico. Emerge quindi l’importanza del respiro quale “veicolo” attraverso cui attenuare e sciogliere forme di stress, di ansia e di depressione.

La prima parte del testo si concentra proprio sull’analisi del respiro, volontario e controllato, e su quanto il processo di respirazione determini il nostro benessere psicofisico. A ciò si aggiungono esercizi che permettono al lettore di verificare “il suo modo di respirare”: punto di partenza imprescindibile per praticare la meditazione profonda e lo yoga, nonché elemento imprescindibile per stare bene.

La seconda parte del libro si concentra su quelle tecniche inerenti lo yoga del corpo, della parola e della mente. Queste tecniche prevedono pratiche sul respiro e sessioni di meditazione. Gli autori comunque avvertono il praticante sui possibili disagi che questi esercizi possono comportare, e citano il grande yogi Milarepa: “Sono felice di provare dolore, perché so che sto esaurendo il mio karma”.

Lo Yoga Tibetano del Respiro è un complesso di conoscenze e tecniche in grado di avviare un processo di purificazione non soltanto fisico, ma anche energetico e spirituale. È un processo che tutti possono avviare, proprio perché si lavora sul respiro e, come scrivono gli Autori: “tutti dobbiamo respirare per rimanere vivi […] L’addestramento con il vento energetico rappresenta tutta la ricchezza di possibilità nella nostra vita. […] l’unica cosa che ostacola la pratica siamo noi, e se scegliamo o no di intraprendere il cammino spirituale”.

Silvia C. Turrin