La Mindfulness Immaginale

La Mindfulness Immaginale è vicina all’insegnamento originario del Canone Pali. Rispetto alla Mindfulness che viene dagli Stati uniti, costituisce un passo ulteriore di avvicinamento della meditazione alla psicologia e alla psicoterapia, perché contribuisce a porre chiarezza tra terapia desacralizzata e rituale sacro, tra intervento anestetico ed esperienza estetica, tra bisogno di controllo, gestione, potere e capacità di darsi nell’esperienza del sacro.

Anche la terapia, infatti, può divenire rituale quando ritrova il sacro e la sua vera missione. Perciò ci auguriamo che sempre più professionisti della relazione d’aiuto, già numerosi, pratichino la Mindfulness Immaginale.

La crescente diffusione della pratica secondo la prospettiva immaginale è dovuta al fatto che essa dà molti input sia a quanti la apprendono sia a chi la insegna, ponendosi ogni volta come esperienza autentica. Per questa ragione è molto apprezzata non solo dagli assoluti neofiti, ma anche da chi può ritenersi esperto di meditazione ancor prima di approcciare la Mindfulness.

Infatti, chi già conosce la meditazione, si ritrova facilmente nella Mindfulness Immaginale poiché essa mette particolare cura nel preservare l’aspetto intimo, spirituale, sacro, magico e profondo della meditazione anche quando viene inserita in ambito scientifico.

Se con il termine Mindfulness si fa generalmente riferimento alla meditazione che incontra la psicologia, con il termine Mindfulness immaginale ci riferiamo alla meditazione che incontra la psicologia immaginale, ovvero quella psicologia avviata in Occidente da C.G. Jung (con la psicologia analitica) e poi rielaborata dallo psicoanalista, saggista e filosofo statunitense James Hillman (con la psicologia archetipica).

Nella visione immaginale il corpo e il mondo sono interni alla psiche.

Il paradigma considera il corpo non più una realtà funzionale e percettiva, bensì un “simbolo”.

L’approccio immaginale, che è l’impronta che Selene Calloni Williams ha dato a tutte le discipline da lei divulgate – la meditazione, lo yoga, il counselling, l’esperienza dell’esplorazione delle vite passate (regressione), le esperienze transgenerazionali(costellazioni, psicogenealogia), lo sciamanismo –mette al centro della propria analisi il potere immaginativo, considerando la cosiddetta realtà una dimensione simbolica (il concetto di simbolo è centrale all’interno di questa pratica). Il metodo simbolo-immaginale è un approccio non terapeutico; non parte dall’Io e non ha come fine il rinforzo delle strutture dell’Io, né presuppone l’esistenza di un corpo come oggetto materiale.

In questo senso la visione immaginale si sposa molto bene con la meditazione buddhista che considera l’esistenza samsara, ovvero “illusione della coscienza”. “La terapia diviene nonterapia, cioè rituale e meditazione, quando al problema della normalità si sostituisce, con coraggio il tema della felicità”: è questo il messaggio lanciato con la creazione di Imaginal Academy.

La Mindfulness Immaginale ci insegna a nobilitare i disturbi, problemi, disagi, ad ascoltarli come voci dell’anima che ci chiamano a un viaggio interiore nell’underworld, il mondo misterioso degli sciamani, la dimensione ctonia, per restituirci le nostre energie selvagge. I disturbi sono richiami dell’anima che ci accompagnano verso l’invisibile, verso lo stato di natura, verso l’esperienza della bellezza. Da questa prospettiva, l’esperienza estatica diventa efficace alternativa all’esperienza della terapia tradizionalmente intesa.

La meditazione non si muove sulla base di categorie diagnostiche. La persona (dall’etrusco “persu”) è una maschera:

la meditazione ha il fine di dissolverla e liberare l’individuo dei veli dell’illusione dell’Io che lo coprono, raggiungendo il nirvāṇa o nibbana, ovvero l’estinzione dell’Io e della sensazione illusoria di esistere quali esseri distinti e separati dal tutto.

La meditazione è rituale sacro e come tale comporta il sacrum facere, il darsi, e soprattutto l’amore. La terapia può certamente divenire rituale, quando incontra il sacro. Questo incontro avviene dentro il malato, nella sua intimità.

Se questo incontro non ha luogo non è corretto parlare di meditazione. Si può parlare di training autogeno, rilassamento guidato, immaginazione attiva, ma non di meditazione, né tanto meno di Vipassana (ovvero l’insight, la comprensione profonda della realtà) e Vidarshana (visione profonda).

Nel contesto del rito sacro, i nostri mali, i nostri disagi, disturbi e problemi sono il nostro più grande patrimonio, essi vanno nutriti con attenzione cosciente fino a che, compiendo un viaggio profondo, possiamo vederli, trasmutati nella luce della conoscenza, come i nostri più potenti alleati. La meditazione è un’esperienza estatica assai più simile all’assorbimento estetico creato dall’arte che ai processi messi in atto dai modelli terapeutici, i quali, per altro, se propagandati a oltranza, rischiano di divenire il solo modo per affrontare disagi e disturbi.

Il sentiero che conduce al nirvāṇa (estinzione delle illusioni e liberazione) e quello del samsara (la ruota delle illusioni) vanno in due direzioni opposte.

Per approfondire ulteriormente la Mindfulness Immaginale si veda il libro omonimo scritto a quattro mani da Selene Calloni Williams e Silvia C. Turrin.

mindfulness

 

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